| Indice |
|---|
| 22-23.1.2005 |
| Domenica 23.1.2005 |
| Tutte le pagine |
Sabato 22 gennaio 2005
| III domenica del tempo ordinario (A) – III |
| S. Emerenziana |
| Letture: |
| Is 8,23b - 9,3 |
| Salmo 26: «Il Signore è mia luce e mia salvezza.» |
| 1 Cor 1,10-13.17 |
| Mt 4,12-23 |
Sabato 22 gennaio 2005 (messa parrocchiale - festiva - ore 19.00)
« Il vangelo che abbiamo appena letto si divide comodamente in tre parti: la prima parla dell’inizio della predicazione di Gesù in Galilea; la seconda della chiamata dei primi discepoli (la prima coppia di fratelli: Pietro e Andrea; Giacomo e Giovanni); la terza parte, contenuta in un unico versetto, dice qual è l’attività di Gesù. Questa sera noi meditiamo sulla seconda e sulla terza parte in quanto la prima parte, come avete sentito (anche l’evangelista Matteo lo dice), è un richiamo alla prima lettura: la profezia di Isaia che abbiamo letto come prima lettura e che mediteremo domani.
La prima parte finiva con queste parole: "Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: " Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino "". Come voi sapete, convertirsi non significa pregare un po’ meglio, fare qualche elemosina in più, imporci qualche piccola mortificazione che non ci costi troppo...; convertirsi vuol dire proprio cambiare mentalità, essere disposti a cambiare mentalità.
Un esempio di conversione l’abbiamo, appunto, nella seconda parte del vangelo con la chiamata dei primi discepoli. Io anzitutto vi faccio notare che ci sono dei verbi di movimento: "Mentre camminava lungo il mare di Galilea..."; "Andando oltre..."; "Gesù percorreva tutta la Galilea...". Cosa ci vuole insegnare l’evangelista Matteo parlando di Gesù in questo modo? Ci vuole insegnare che chi prende Gesù come modello di vita, in modo da imitarlo e seguirlo, non deve permettersi tanti weekend, vacanze, ferie, sonnecchiamenti vari..., dobbiamo mettere al bando la pigrizia. Chi è discepolo di Cristo ha Cristo come modello e maestro di vita ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni dell’anno.
Poi avete sentito la prontezza con cui questa doppia coppia di fratelli risponde all’invito di Gesù: "essi subito, lasciate le reti, lo seguirono" (Simone, detto Pietro, e Andrea). Di Giovanni e Giacomo dice: "essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono". C’è una prontezza, una generosità notevole nel lasciare la propria famiglia, il proprio paese, la propria attività, per seguire un rabbì, un maestro che si presenta... avrà avuto il suo fascino, indubbiamente, però è stata una generosità grande anche da parte loro.
Voglio soffermarmi, però, un momento su quel fatto che abbandonarono anche il padre, i figli di Zebedeo. Il padre – sempre, nell’antichità, e tuttora, in certe culture – è il simbolo della continuità degli antenati, dell’attaccamento alle tradizioni; il padre trasmette una saggezza di vita che è fatta, appunto, di scelte, di comportamenti, di attività, di abitudini, di riti, di cose varie. Cosa vuole dire? Che questi due fratelli non hanno più visto Zebedeo, e la loro madre, la loro famiglia? No. Anche chi sceglie Cristo, e anche coloro che si consacrano a Cristo coi voti, quelli che si fanno sacerdoti, non sono chiamati a dimenticare e trascurare, addirittura a disprezzare, i propri famigliari, la propria famiglia. Dopo il Concilio Vaticano II° anche ai religiosi è concesso, ed è suggerito, di dare tutti gli anni qualche giornata, che tornano nella propria famiglia, cioè ritengono questo un valore positivo, questo tessere di nuovo gli affetti familiari.
Vuole dire che dobbiamo lasciare, delle abitudini che abbiamo ricevuto, che comunque abbiamo fatto nostre, tutto quello che è in contrasto con il vangelo di Cristo. Ci sono delle abitudini che saranno buone, però ce ne sono di quelle che fanno ai pugni con il vangelo; allora noi dobbiamo lasciare quelle. Lasciare le proprie abitudini – chi è vecchio come me lo sa – non è una cosa facile, perché la nostra vita è fatta di abitudini; quindi non pensiamo che sia una cosa semplice quella di lasciare le proprie abitudini. Faccio un esempio terra–terra. Voi sapete che le vocazioni sacerdotali sono in picchiata, sono in notevole diminuzione. Mettiamo che fra trent’anni (magari non riguarderà molti di noi, ma qualcuno, penso, sì) non ci sia più nessun prete in tutto il correggese; e allora viene un prete ortodosso a celebrare la messa; a celebrare la messa alla sua maniera (gli ortodossi ci mettono due ore a celebrare la messa, è una cosa molto più lunga fatta di canti, di incensazioni, di inchini, di tante cose che non abbiamo; la sostanza rimane sempre quella: la celebrazione dell’Eucaristia), ma non so se sarà facile, quando capiterà questo, se mai capiterà, lasciare le vecchie abitudini e aderire alle nuove. Credo che molti brontoleranno dicendo: "Andava meglio prima... mi piaceva più prima... eh? Noi siamo attaccati alle nostre abitudini.
Nel retro del notiziario settimanale di domani abbiamo messo questa storia di Uncong Li (tratta da un articolo di Francesco Dal Mas, pubblicato sul quotidiano "Avvenire" del 9 gennaio 2005 – n.d.r.) . Uncong Li è una donna cinese di quarantadue anni, residente a Castelfranco Veneto, che si è convertita al cristianesimo. "Il volto di Teresa" – facendosi battezzare ha preso il nome di Teresa – "Il volto di Teresa si illumina, il suo sorriso manifesta tutta la sua limpidezza d’animo. Ma basta chiederle se, tornando in Cina, avrebbe l’opportunità di manifestare quello che oggi è, perché sorriso ed occhi si spengano. " No, dovrei tenere la mia gioia tutta per me. Il mio Paese ancora non è libero. "". Voi capite che non è facile abbracciare la fede cristiana quando comporta contrasto con la famiglia, con le tradizioni del proprio paese, se mai tornerà nel proprio paese.
In India, il paese di Padre Joseph, di Razole, Amalapuram, c’è un movimento fondamentalista induista, adesso, che sollecita le famiglie (dato che c’è una discreta conversione al cristianesimo in India, come del resto sentiamo, appunto, dalle lettere di Padre Joseph, no?), incita le famiglie a mandare fuori casa quei figli che si vogliono convertire al vangelo ed essere battezzati.
Un Tunisino, qualche anno fa (due o tre anni fa), che si era convertito dall’islam al battesimo, mi disse: "Questo, però, per me vuol dire non tornare più nella mia famiglia e nella mia patria in Tunisia, perché certamente mi ammazzerebbero".
Il lasciare le proprie tradizioni, le proprie abitudini non è una cosa semplice. Certo, tutti siamo chiamati a lasciare quello che, appunto, contrasta con il vangelo, mantenendo, invece, tutte quelle cose, adattandoci ad abitudini diverse, se l’evolvere dei tempi, delle situazioni, della mentalità, della civiltà, comporta questo.
Cristo, però, non si accontenta di chiamare i suoi discepoli; dice loro: "Vi farò pescatori di uomini". "Vi farò pescatori di uomini" bisogna dire che si riferisce, intanto, al mestiere che esercitavano questi quattro discepoli: il mestiere dei pescatori, come avete sentito. E non pescavano con l’amo, pescavano con la rete. Ora, gli Ebrei concepivano il mare come la sede del diavolo; avevano paura del mare, come se fosse... certamente perché è burrascoso, perché è tremendo, c’è pericolo che ci travolga tutti, e quindi c’è pericolo di morte, c’è pericolo per la nostra sicurezza; infatti gli Ebrei, pur avendo il paese sulle rive del Mediterraneo, non sono mai stati un popolo di marinai (come i vicini Fenici, invece, che sono stati grandi marinai, grandi esploratori del mare). Quindi il mare per loro voleva dire quello.
"Vi farò pescatori di uomini" vuole dire, allora: vi faro tirare fuori dal male, dalle trame del maligno, dalla paura della morte e dal peccato e da tutto quello che, in qualche modo, si può chiamare male, gli uomini. "Vi farò pescatori di uomini": ve li farò tirar fuori dal male.
In questo, ricordo che noi dobbiamo, quindi, annunciare il vangelo di Cristo, con le parole e con le opere, a tutti; perché tutti hanno un grande bisogno di verità, di sicurezza; tutti hanno bisogno di pace interiore; ha tanto bisogno di verità la nostra mente come il nostro stomaco di pane, e quindi non dobbiamo avere paura. Vedete questa Cinese, Uncong Li, è stata convertita; ha visto una sua amica cristiana così gioiosa, sempre, così sicura, e ha avuto invidia; poi ha avvicinato un certo Padre Francesco e, pian piano, si è convertita.
Sentite cosa dice: "Dal catechismo..." – è lei stessa che lo dice – "Dal catechismo ai libri sacri il passo è stato breve. Mi hanno subito catturato le parabole del Vangelo. Ma sono rimasta ancor più impressionata dall’invito alla misericordia, al perdono, alla riconciliazione che si ritrova spesso in questi testi. Mi chiedevo come potesse esistere davvero un Dio che perdona chi sbaglia. Per me era impossibile. Eppure, così è – mi rassicurava padre Francesco – : Dio è buono, perdona i peccati. Una verità, questa che mi ha riempito il cuore. ... Io sono cambiata, rispetto a prima. Ho più fiducia in me stessa, negli altri, nel futuro. Ritengo che altrettanto accadrebbe con i miei connazionali".
Ecco, noi non dobbiamo aver paura, quindi, di avvicinare anche quelli che non credono, o che sono viziosi, che sono lontani dalla pratica religiosa, per comunicare a loro la gioia della fede.
L’ultimo versetto, che è quello... diciamo così, la terza parte del vangelo, ci dice quello che fa Gesù: "Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la buona novella del regno, curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo". Quindi è luce; predica la misericordia di Dio e ci dice che la buona novella è che l’amore di Dio supera infinitamente il nostro peccato, le nostre miserie; nello stesso tempo mette in pratica quello che insegna, cioè si dà da fare per curare coloro che soffrono, per convertire i peccatori, a essere vicini cioè a quelli che hanno più bisogno di salvezza.
Che il Signore ci aiuti ad imitare Gesù in questo.
Sia lodato Gesù Cristo. »
| < Prec. | Succ. > |
|---|






