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Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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Home Liturgia Prediche del Don 22-23.1.2005 - Pagina 2

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22-23.1.2005
Domenica 23.1.2005
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Domenica 23 gennaio 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« È accaduto qualche anno fa, in Uganda che il pastore [...] – pastore protestante – nella mattina di Pasqua, dopo aver celebrato il mattino presto – aveva cominciato prima dell’alba – la funzione della veglia pasquale, finita questa funzione andava verso la sua casa. Nell’andare verso la sua casa doveva attraversare, però, un pezzo di foresta. A un certo punto sbucano fuori dalla foresta cinque individui armati che gli dicono: "Noi ti dobbiamo uccidere, perciò se hai qualcosa da dire dillo subito". Voi capite lo spavento di questo sacerdote protestante.

"A un certo punto" – è lui stesso che narra, dice – "ho sentito una voce, era la mia che dicevo: – Voi mi uccidete? Ma io sono già morto, e la mia vita è nascosta con Cristo in Dio. Però io ormai vivo nella luce della Pasqua. Voi, piuttosto, siete nelle tenebre perché uccidete continuamente, vivete nel peccato. Vi assicuro che quando mi avrete ucciso io pregherò Dio per voi, perché vi convertiate e arriviate alla luce di Cristo anche voi". A queste parole il capo–banda si è avvicinato, si è piazzato in ginocchio davanti al padre e ha detto: "Padre, prega subito per noi, perché noi già adesso viviamo in una notte profonda; siamo stanchi di questa vita; siamo stati assoldati come killer; abbiamo ucciso centinaia di persone, erano gente innocente: bimbi, vecchi, donne; siamo stanchi. Prega dunque il tuo Dio per noi". E ha pregato, e ha pregato insieme ai cinque killer, i quali si sono convertiti e sono diventati dei fedeli zelanti della chiesa di [...].

Perché vi ho raccontato questo fatto? Ve l’ho raccontato perché la profezia di Isaia, che noi abbiamo letto come prima lettura quest’oggi, ci parla proprio di un paese che è nelle tenebre e sul quale, a un certo punto, spunta una grande luce: "il popolo che camminava nelle tenebre una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse". Siamo nella seconda metà dell’ottavo secolo avanti Cristo: è il tempo della grande dominazione assira. L’Assiria ha conquistato, si può dire, quasi tutti i territori del medio–oriente; e anche le tribù di Zàbulon, di Nèftali (tribù del popolo di Israele, ma quelle più a nord) sono state invase dall’esercito assiro. Quindi: distruzione, devastazione, violenza, esosi tributi da pagare all’Assiria... non erano più sicuri gli Israeliti. In ogni strada c’erano presidi militari dei soldati assiri, e l’avvenire non si presentava certamente roseo per loro.

In questa disperazione, in questa insicurezza, il profeta Isaia, da Gerusalemme, che è molto più a sud, lancia questa profezia. Dice che il Signore ha promesso questa umiliazione delle tribù di Zàbulon e di Nèftali, però sorgerà una grande luce. Forse Isaia pensava – voi vi sarete accorti che questa profezia (apro una parentesi) è la stessa profezia che abbiamo letto nella notte di Natale, però non è riportata tutta quest’oggi – forse Isaia, dicevo, pensava al figlio di Acaz: quello che diventerà il re Ezechia; ma il re Ezechia, che pure è stato risparmiato dal dominio assiro direttamente perché una grande peste ha distrutto l’esercito di Sennacherib, però a Ninive si conserva una iscrizione di Sennacherib che dice: "Ezechia è chiuso in Gerusalemme come un uccello in gabbia", cioè Ezechia non ha liberato le terre di Zàbulon e di Nèftali, e neanche tutte le altre terre delle tribù d’Israele.

Allora il profeta si è sbagliato? Allora non c’è da attendersi più niente? Di fatto l’impero assiro dominerà su quelle terre ancora per oltre cent’anni. Però Dio realizza la Sua parola promessa attraverso i profeti, la realizza però da Dio; cioè Egli sa che se un dittatore viene spodestato ne subentra un altro che forse è più tremendo, più cattivo di quello di prima; Dio va oltre questa lotta inutile che gli uomini quasi da sempre fanno, di arrivare, cioè, al potere, quasi che il potere sia il non–plus–ultra della felicità.

Questa profezia di Isaia, secondo Matteo – avete sentito [...] Matteo lo dice, eh? – si è realizzata settecentocinquanta anni dopo quando Gesù di Nazareth ha preso dimora a Cafarnao e ha cominciato la sua predicazione. Allora sui monti di Galilea è apparsa questa luce, secondo Matteo.

Cafarnao non era la città principale della Galilea; era molto più importante Tiberiade dove risiedeva Erode Antipa; era molto più ricca Màgdala, dove c’erano le industrie di conservazione del pesce salato, dove c’erano tintorie che davano lavoro, e quindi benessere, agli abitanti. Cafarnao era una borgata che si estendeva per tre o quattrocento metri sulle sponde occidentali del lago di Tiberiade e i suoi abitanti erano pescatori o agricoltori, però era sulla "via del mare" (è accennata anche qui la "via del mare", eh?), sulla "via del mare", la via imperiale che congiungeva l’Egitto alla Mesopotamia; quella via passava anche da Cafarnao, e quindi era un borgo di traffico, tanto più che era al confine della Galilea. A Nord di Cafarnao cominciava il Golan dove dominava e regnava Filippo, un altro figlio di Erode il grande; quindi lì c’era dogana e si pagava il dazio di tutte le mercanzie che passavano di lì. Una cittadina, quindi, dove c’era un discreto benessere.

Gesù però appare e comincia a predicare (Matteo sintetizza la predicazione di Gesù: certamente Gesù non avrà detto solo quelle parole): "Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino".

Dobbiamo considerare che i Galilei erano disprezzati dai Giudei puri di Gerusalemme, come gente ignorante, come gente che non conosceva la fede, che non metteva in pratica le prescrizioni del rabbini, come gente ibrida, nata, cioè, non dalla razza pura ebraica ma da commistioni [...] (la razza ebraica era fra le popolazioni che, appunto, hanno invaso per diverso tempi quei territori). Per di più c’era nei Galilei una insofferenza maggiore verso l’impero romano; nascono qui le prime [...] contro l’impero romano; nasce qui il movimento degli zeloti che combatterà contro l’impero [...], e dopo varie guerriglie e combattimenti giungerà poi Tito, da Roma, e distruggerà Gerusalemme e il suo tempio e disperderà gli Ebrei rimasti un po’ in tutti i territori dell’impero.

I Galilei quindi non sono proprio i primi della classe, diciamo, nel popolo e nella religione ebraica. È per questo che Gesù ha cominciato da lì, perché Gesù fa sempre così: guarda i piccoli, guarda gli emarginati, guarda i sofferenti, guarda gli impotenti, e a loro innanzi tutto rivolge il Suo messaggio.

Voi ricorderete quello che ha narrato tempo dopo quando il centurione, a Cafarnao, va a pregare Gesù per la guarigione del suo servo che è gravemente ammalato. Quando sente le parole del centurione ("Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito, perché anch’io sono un sottomesso e nello stesso tempo ho sotto di me dei soldati e dico a uno ‘vai’ ed egli va, all’altro ‘vieni’ ed egli viene... anche tu devi fare così"), quando sente questa fede grande si volta indietro verso coloro che lo seguivano e dice: "In verità vi dico: in Israele non ho mai trovato una fede così grande".

E anche ai sacerdoti e i dottori della legge del tempio, poco prima della sua passione e morte, dirà: "In verità di dico: i pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti nel regno di Dio". Questo cosa vuol dire? Che noi dobbiamo stare attenti; noi, noi che adesso siamo qui in chiesa a Mandriolo, che siamo i "praticanti", stiamo attenti perché forse crediamo di essere già convertiti, crediamo di essere già a posto; magari confondiamo la conversione con qualche preghiera fatta meglio, qualche elemosina più generosa, qualche piccola mortificazione che non ci costi troppo... e crediamo di essere convertiti; mentre convertirsi vuol dire cambiare completamente mentalità, vuol dire questo.

Guardate oggi siamo nella domenica in mezzo all’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani. Voi avete sentito che purtroppo fin dall’inizio c’erano queste divisioni, l’abbiam sentito dalla seconda lettura. A Corinto c’erano già le fazioni. San Paolo aveva convertito Corinto pochissimi anni prima, c’erano già le fazioni: c’era chi era di Paolo, chi di Apollo, chi di Pietro, chi di Cristo... c’erano le varie sette, diciamo così, religiose in seno alla chiesa, in seno al cristianesimo; e queste divisioni hanno continuato da sempre, nonostante la preghiera di Gesù; perché la preghiera e la volontà di Dio debbono sempre confrontarsi con la nostra libertà; e noi purtroppo possiamo dire (purtroppo... è la nostra grandezza la libertà!), possiamo dire "no" al piano di Dio.

Allora noi dobbiamo cercare di vedere tutto quello che di protagonismo, di antagonismo, di egoismo, di superbia, ci oppone agli altri, per creare unità nel nostro piccolo; perché l’unità grande della chiesa nasce dal fatto i cristiani sono capaci di volersi bene e di essere uniti fra loro. Ecco quello che dobbiamo fare: convertirci davvero, come vuole il Signore Gesù. Così sia.

Sia lodato Gesù Cristo. »





 

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