| Indice |
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| 27-28.11.2004 |
| Domenica 28.11.2004 |
| Tutte le pagine |
Sabato 27 novembre 2004
| I domenica di Avvento (A) – II |
| S. Giacomo F. |
| Letture: |
| Is 2,1-5 |
| Salmo 121: «Andiamo con gioia incontro al Signore.» |
| Rm 13,11-14 |
| Mt 24,37-44 |
Sabato 27 novembre 2004 (messa parrocchiale ore 19.00)
« Sono vecchio, penso che mi permetterete di stare a sedere. In questo mi assomiglio un po’ al papa…
Voi certamente avrete notato che nelle ultime domeniche di un anno liturgico – normalmente non nell’ultima perché celebra la solennità di Cristo Re, ma nella penultima, come è stato quest’anno – si legge lo stesso vangelo che si legge poi nella prima domenica di Avvento. L’A l’abbiamo letto nel vangelo di Luca, qui nel vangelo di Matteo perché il nuovo ciclo prevede il vangelo di Matteo, quest’anno, però è sempre il discorso cosiddetto escatologico di Gesù. Veramente questo discorso Gesù l’ha fatto per rispondere – vi ricordate? – alle due domande che avevano fatto gli apostoli. Gesù aveva detto, a riguardo del bel tempio, che non sarebbe rimasta pietra su pietra di quello che vedeva; e allora gli apostoli, preoccupati, domandano: "Ma quando avverrà questo? E quale sarà il segno che ciò sta per accedere?", queste le due domande che formulano gli apostoli.
Gesù, quindi, con quel discorso, è probabile che voglia rispondere semplicemente a queste due domande, e ancora meglio, più che alla prima – perché a riguardo del tempo, del dove e del come non rivela molto, dice che tutto è insicuro, lo dice anche qui, "nell’ora in cui voi non pensate il Figlio dell’uomo verrà", no? Quindi non dice molto come risposta alla prima domanda – invece dice dei segni premonitori. Premonitori di che cosa? Io penso della caduta di Gerusalemme e della distruzione del tempio di Gerusalemme.
Però non è improbabile – date le parole che Gesù usa, che nella prospettiva della fine di Gerusalemme e del tempio di Gerusalemme, quindi la fine definitiva di un determinato periodo nella storia della salvezza, la storia del primo popolo liberato, il popolo ebreo, la religione mosaica non avrà più sacrifici dal quel momento, quando cadrà il tempio di Gerusalemme, continuano a trovarsi nelle sinagoghe a pregare, a cantare i salmi, a studiare la bibbia, però il sacrificio non c’è più – quindi nella prospettiva di questa fine del primo popolo di Dio è probabile che il Signore veda anche la fine di questo eone, di questa era attuale, quando ci sarà la parusìa (parusìa è una parola greca che tradotta in italiano è avvento: l’avvento del Signore, la venuta del Signore, il ritorno di Gesù, come giudice, quindi il giudizio universale, la resurrezione dei corpi, la vita eterna… quegli eventi). E’ probabile nel senso che Gesù stesso, anche solo se guardiamo il breve brano del vangelo che noi abbiamo letto (dico breve perché il discorso escatologico in Matteo copre due capitoli: il ventiquattro e il venticinque e qui è soltanto riportato un piccolo pezzo del ventiquattro), dice: "Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo", e, poco più avanti, dice: "Vigilate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà", e alla fine del brano che abbiamo letto: "Nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà".
Quindi è probabile che, come dico, nella prospettiva della fine di Gerusalemme e del popolo ebraico, o meglio, della religione ebraica, veda anche la fine, ci parli anche della fine di questo mondo attuale.
Dice, quindi, due cose Gesù.
Primo. Che il quando è molto insicuro, tant’è che, addirittura, fa l’esempio del ladro di notte: "Questo considerate. Se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa". A noi urta un po’ questa immagine, questo esempio, questo paragone tra il Figlio dell’uomo e un ladro, però Gesù lo usa… ad esempio nel libro dell’Apocalisse, Gesù stesso dice alla chiesa di Sarti, nell’Asia minore: "Ravvediti, ascolta la parola e mettila in pratica perché se no io verrò da te come un ladro di notte, nel giorno che tu non pensi". Perché usa questa immagine Gesù? Per dirci che la sua venuta e il nostro incontro con lui possono essere improvvisi, imprevisti, e noi dobbiamo trovarci pronti. Non è per incuterci paura, timore, spavento, metterci nell’angoscia. Vuole che ci troviamo pronti. Prima cosa.
Seconda cosa. Ci dice che quest’incontro ci sarà, questo è sicuro: "Nell’ora in cui voi non immaginate il Figlio dell’uomo verrà", quindi l’incontro con il Signore ci sarà. Se l’incertezza del "quando" ci deve rendere vigilanti ("vegliate dunque, siate pronti"), la certezza dell’incontro con Gesù ci dovrebbe rendere fedeli, fedeli a lui. Infatti, alla fine del discorso dirà che costoro, quelli che, appunto, non saranno trovati osservanti e pronti al suo ritorno, avranno la sorte degli ipocriti, e scenderanno dov’è pianto e stridore di denti. Vedete? La sorte degli ipocriti. Perché non sono stati fedeli alla fede che professavano, e quindi scenderanno dove ci sarà un pianto da disperati e da arrabbiati, questo vuol dire "pianto e stridore di denti".
Noi però dobbiamo trovarci pronti. Dobbiamo trovarci pronti e il primo pericolo e quello di… prendere la vita attuale con molta leggerezza, come han fatto al tempo di Noè, è Gesù stesso che fa questo paragone: "Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo". Ai tempi di Noè cosa facevano? Hanno creduto a Noè che li sollecitava a ravvedersi, a convertirsi? Non hanno creduto a lui, anzi l’hanno irriso, perché stava costruendo un barcone enorme sulla terra. Se l’avesse costruita su un fiume o nel mare era qualcosa di intelligente, di logico; poteva essere qualcosa di logico, ma lì era proprio una cosa illogica che stava facendo, sicché quando è arrivato il diluvio, si sono trovati impreparati: hanno mangiato, bevuto, si sono sposati, hanno mercanteggiato, hanno fatto i loro interessi, però sempre in una visione molto terrena, molto terrestre.
Colui il quale, invece, attende il Signore ha, appunto, questa caratteristica: la "attesa". Attendere vuol dire "tendere a", "tendere verso". Verso che cosa? Verso Dio. Se l’animo nostro, cioè, è fisso in Dio, se noi desideriamo ardentemente trovarci con il nostro Signore, il nostro Salvatore, allora continueremo a fare i lavori che fanno tutti quanti: due si trovano a lavorare nei campi, due a lavorare alla mola… uno è preso, l’altro è lasciato. Cosa vuol dire questo? Che ci sarà chi è pronto, e verrà preso nel regno di Dio, e chi verrà lasciato perché aveva una prospettiva molto… terrena, e quindi poi materialistica praticamente; mentre chi ha atteso con tutto il proprio cuore a Dio avrà il premio della vita eterna.
C’è anche un’altra cosa che sta succedendo, secondo me, oggi. Non so… può darsi che ieri fosse ancora peggiore (ieri per dire poco tempo fa), però anche adesso c’è, ed è la paura della morte: il sottrarre a noi stessi, e a nostri figli, e ai nostri vecchi, il pensiero della morte. Perché dico questo? Perché in realtà, poi, il nostro primo incontro con il Signore è proprio quello che avverrà dopo la morte. La lettera agli Ebrei dice: "E’ stabilito che l’uomo muoia una sola volta, dopo di che ci sarà subito il giudizio". Questo giudizio per quella persona i teologi l’hanno chiamato giudizio particolare per distinguerlo da quello universale che ci sarà, appunto, alla fine di questo tempo, di questo eone, e che riguarderà tutta la storia umana.
Allora il nostro primo incontro è lì; ha ragione San Paolo di dire: "La nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti", perché man mano che ci avviciniamo alla morte – e tutti ci avviciniamo alla morte – ci avviciniamo al momento dell’incontro con Gesù. Diceva Sant’Agostino ai suoi cristiani: ma cos’è questa paura della morte che avete? Avete creduto in Gesù, vi siete fidati di lui, avete avuto fiducia, lo avete amato, sia pure in modo alterno, con degli alti e bassi cioè, con dei limiti, con dei difetti, però l’avete amato, avete cercato lui, e adesso avete paura della morte? Avete paura d’incontrarvi col vostro Salvatore che è morto in croce per voi? Col vostro Papà che vi ha adottati come figli e vi vuole nella sua casa paterna? Ma è una cosa assurda!, diceva Sant’Agostino, e credo di poter ripetere le parole di Sant’Agostino anche a me e a voi che siamo qui.
Quali sono i sintomi dell’allontanamento del pensiero della morte che io trovo?
Primo. Non si muore più in casa, normalmente si muore all’ospedale, e si tiene nascosta la morte specialmente ai bimbi. Mi diceva una signora, che voleva portare il suo bambino a vedere la salma del nonno che era appena morto, una sua amica l’apostrofò così: "Ma cosa fai? Ma cosa ti sovviene? Ma sei matta? Ma porti un bambino a vedere un morto? Ma sai che trauma avrà?". Lei gliel’ha portato lo stesso, però la mentalità comune mi sembra questa. Io ricordo quando è morto il mio papà che chiese lui stesso l’olio santo, e io glielo diedi, attorniato da tutti gli altri figli (eravamo dodici figli), e lui stesso volle il libro per seguire il rito e rispondere; dopo una giornata circa è morto, però tutti noi abbiamo detto: che morte edificante, da cristiano, ha fatto il nostro papà (si commuove – n.d.r.), perché realmente ci aveva dato l’esempio, come si muore da cristiani.
Oggi non è più così; anzi oggi c’è la tendenza – ecco un altro sintomo – a preferire una morte improvvisa che non una morte preparata. Una volta la chiesa ci faceva pregare: "A subitanea et improvvisa morte libera nos Domine" (liberaci da una morte improvvisa e imprevista); invece adesso uno muore nel suo letto nel sonno, o ha un infarto, un infartaccio che in due e due quattro lo porta al creatore, eh, molti dicono: che bella morte però che ha fatto! Se non altro non ha sofferto… Noi valutiamo poco il prepararsi alla morte.
Lo valutiamo così poco che normalmente teniamo nascosto – ecco, in questo forse un qualche passo avanti lo stiamo facendo in questi ultimissimi tempi – teniamo nascosta ai malati la loro situazione reale e, magari, ci premuriamo che parenti, amici, non vengano a trovarlo troppo… delle volte che non succeda che scappa detto loro del male incurabile che ha l’ammalato o delle poche speranze che ormai ci sono per lui; e allora lo teniamo all’oscuro: vedrai… fai questa cura… guarirai… eeeh sì… ritornerai…
Un altro sintomo che io vedo – non è sempre così, però mi sembra che sia un po’ anche in questa direzione – è il moltiplicarsi delle cremazioni dei corpi, delle salme. Una volta era caratteristica dei massoni fare cremare il proprio defunto; adesso non è più così, non è che sia una mancanza di fede, per carità, però mi sembra quasi un voler polverizzare anche il corpo del morto, in modo che non ci sia neanche più il bisogno di andare a piangere su una tomba, mettere un fiore, accendere un lumino, sussurrare una preghiera… ricordarci della morte!
In questo senso – e chiudo, perché vedo che sto andando per le lunghe – trovo deleterio anche il pensiero di certi predicatori, o delle volte anche teologi, esegeti della sacra scrittura che, non so come facciano, a negare l’inferno. Perché dico questo? Perché negando l’inferno, uno… cioè, se davvero, poi, tutti saremo salvi, tutti avremo la vita eterna… Beh, non interessa allora preoccuparsi molto di vivere bene, perché alla fine il Signore è buono ci avrà con sé e finito. Allora, questo è pericoloso. E’ pericoloso, perché io credo che invece il Signore abbia parlato dell’inferno proprio perché se non siamo convertiti dall’immensa prova di amore che ci ha dato – pensate solo alla croce, l’eucaristia che stiamo per celebrare – se non è l’amore, che sia perlomeno il timore a farci ravvedere e a prepararci a questo incontro col Padre e con lui che sarà il nostro giudice.
A questi predicatori – ma però lo dico anche a voi, perché delle volte anche noi potremmo essere inficiati da questo pensiero, no? – pensate che l’inferno è uno stato d’animo, non è un luogo; è dolore, odio, rabbia, disperazione, è questo. Difficilmente quindi si può credere che l’inferno ci sia, che non ci sia chi prova l’inferno, però mi auguro anch’io che il Signore abbia detto queste cose così tremende per scuoterci, quasi come quel papà che sgrida il figlio e gli promette che lo castigherà se torna a fare così, poi va a finire che non lo castiga mai; io voglio sperare che sia così, magari! Però non siamo mica sicuri. Il Signore, certo, ha parlato anche dell’inferno.
Sentite cosa dice al riguardo padre Lacordèr. Padre Lacordèr è stato un eccelso predicatore a Notre Dame de Paris, verso la metà dell’ottocento, e a un certo punto, in una sua predica – ve ne leggo un breve brano – dice: "Se fosse stata soltanto la giustizia a scavare l’abisso, ci sarebbe ancora rimedio, ma è stato anche l’amore, per questo non c’è più speranza. Quando si è condannati dalla giustizia si può ricorrere all’amore, ma quando si è condannati dall’amore a chi si farà ricorso? E’ la sorte dei dannati. L’amore che ha donato il suo sangue per loro, l’amore stesso li maledice. Che cosa pensate? Un Dio è venuto quaggiù per voi, ha preso la vostra natura, ha parlato la vostra lingua, ha toccato la vostra mano, ha guarito le vostre ferite, ha risuscitato i vostri morti. Che dico? Un Dio si è consegnato per voi ai lacci e alle ingiurie del tradimento, si è lasciato mettere a nudo sulla pubblica piazza fra ladri e prostitute, si è lasciato inchiodare a un legno, lacerare dalle verghe, coronare di spine; infine è morto per voi su una croce. E dopo tutto questo voi pensate che vi sarà permesso di bestemmiare e di ridere e di andare senza timore alle nozze di tutti i vostri vizi?
No, non illudetevi! L’amore non è un gioco. Non si è amati impunemente da un Dio. Non si è amati impunemente fino alla croce. Non è la giustizia che è senza misericordia, è l’amore. L’amore è la vita o la morte, e quando si tratta dell’amore di un Dio è la vita eterna o la morte eterna".
Sia lodato Gesù Cristo. »
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