Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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3.4.2005

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3.4.2005
Preghiere dei fedeli
Tutte le pagine

Domenica 3 aprile 2005

II domenica di Pasqua (A) – P
domenica dedicata alla DIVINA MISERICORDIA
S. Riccardo
Letture:
At 2,42-47
Salmo 117:
«Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore.»
At 1Pt 1,3-9
Gv 20,19-31

Domenica 3 aprile 2005 (messa parrocchiale ore 10.30)

« Volevo parlare coi bimbi, ma vedo che qui davanti ci sono pochi bimbi (c’è qualche bimba cresciuta un po’, eh? …), ecco.

Come prima lettura, nel tempo pasquale, cioè nelle domeniche che vanno dalla solennità di Pasqua a quella di Pentecoste, si legge non un brano preso dai libri del vecchio testamento, come si fa di solito, ma preso dal libro "Atti di apostoli". Il libro "Atti di apostoli" è stato scritto da Luca per narrare l’attività degli apostoli nei primissimi tempi della chiesa, nella prima generazione, e la nascita e la vita delle prime comunità cristiane.

Anche il brano che abbiamo letto oggi, che si riferisce a quello che avviene nella comunità di Gerusalemme subito dopo la Pentecoste, è un quadretto quanto mai edificante, simpatico, della vita della prima comunità cristiana di Gerusalemme, quella che è stata – di fatto – come ideale, fu per tutte le comunità cristiane, ma che dovrebbe essere veramente un paradigma per tutte le comunità cristiane di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Qui ci sono i pilastri, gli elementi essenziali di questa vita cristiana, di questa vita delle comunità cristiane.

Subito nel primo versetto, voi sentite: "I fratelli erano assidui nell’ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere". C’è anzitutto l’assiduità nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli. I cristiani si trovavano sotto il portico di Salomone (perché il tempio di Gerusalemme era costituito anche da vari cortili, porticati, ed era possibile anche a qualcuno, a qualche rabbino, di parlare), i cristiani, normalmente, si trovavano sotto il portico cosiddetto di Salomone; e lì gli apostoli, in modo particolare San Pietro, il capo degli apostoli, predicava e annunciava la salvezza giunta a noi dalla resurrezione di Cristo; annunciava che in Gesù Cristo, in modo particolare nella sua morte e resurrezione, si era attuata la salvezza promessa dagli antichi profeti e il regno di Dio.

Anche la vita stessa della comunità, come avete sentito, è proprio una professione di quello che è il regno di Dio venuto sulla terra. Questa catechesi sul regno di Dio, sull’insegnamento di Cristo, sul valore della morte e resurrezione del Signore, deve continuare sempre, in tutti i tempi, tutti i luoghi, durante la vita di tutti i cristiani? Voi capite che deve continuare sempre. Sempre. Quest’oggi pomeriggio noi faremo la catechesi degli adulti – la facciamo insieme a quelli di Rio Saliceto, però vedo che in genere sono pochi quelli che vengono; non dico che al di fuori di quelli gli altri non si istruiscono, no, io spero bene che lo facciano – però credo che capiti facilmente a qualcuno di noi di credere di essere già pienamente a conoscenza di Gesù, del suo mistero e della salvezza che egli ci ha portato.

Può capitare anche a noi quello che è capitato… – voglio raccontarvi un fatterello – quello che è capitato a Pasteur (Pasteur è stato un grande scienziato francese del milleottocento, quello che ha inventato la "pastorizzazione": ha capito, ha sperimentato, che a sessanta, ottanta gradi di calore tutti i batteri che erano alla causa della putrefazione degli alimenti venivano uccisi, morivano. E’ quello che ha inventato anche i primi vaccini contro le infezioni; molto acuto, molto grande, quindi). Molto grande come scienziato, ma anche molto grande come cristiano, come credente. E una volta, mentre viaggiava sul treno, nel suo scompartimento entrò uno studente universitario che si assise lì, vicino al lui; e notò, questo studente, che quel vecchietto che era lì vicino a lui aveva tra le mani la corona del rosario e sgranava questa corona.

Ha taciuto per un po’ poi ha detto:

– "Vedo, signore, che lei crede ancora alle fandonie come il rosario."

– "Sì" – dice – "perché, lei non ci crede?"

– "No, no… già da tempo io ho lasciato queste cose… e mi sono dato alla nuova scienza."

– "Alla nuova scienza? … Non so, di che cosa si tratta?"

– "Beh, glielo posso far sapere io: se le mi dà il suo nome, io le mando un libro che la istruirà sulla nuova scienza, e vedrà che smetterà anche lei di recitare delle corone del rosario."

Allora, Pasteur tira fuori il suo biglietto di visita, dove c’è scritto: "Louis Pasteur, presidente dell’Istituto di sperimentazioni scientifiche di Parigi". Quando ha letto questo, lo studente è diventato rosso in faccia ed è uscito senza dire neanche una parola, perché ha capito che si trovava davanti a uno che di scienza ne sapeva molto più di lui.

Quello studente, secondo me, conosceva della fede quelle alcune nozioni che aveva imparato da piccolo, magari a otto anni, nove anni, quando era andato ai sacramenti, e quando si fa qualche disegnino… si impara qualche nozione… e poi non era cresciuto. Ora voi provate… facciamo un esempio: uno cresce; a vent’anni non può più mettersi i pantaloncini che si metteva a otto anni; cosa fa? Va in giro nudo? No. Si fa un abito, o compera un abito, su misura della sua statura, no? Quello studente era cresciuto, nella matematica, nella fisica, in tante conoscenze; non era cresciuto nelle conoscenze della fede, e credeva ancora che le conoscenze della fede fossero quei pantaloncini che si metteva da piccolo, e basta; si è fermato lì. Ecco perché ha lasciato la fede. Io credo che succeda ancora a tanti questo. Noi abbiamo bisogno anzitutto di porre, a fondamento della nostra fede, una conoscenza profonda della parola di Dio, letta, meditata tutti i giorni.

Poi ci sono altre cose, ma voglio ricordarvi perlomeno l’Eucaristia. Dice che erano assidui nella frazione del pane, e questa è una espressione che si usa nel primo secolo e mezzo, circa, per indicare l’Eucaristia (che dopo, poi, comincia ad essere chiamata Eucaristia, e tuttora si chiama Eucaristia). Infatti vi faccio notare che dice anche: "Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio" – a lodare Dio – "e spezzavano il pane a casa"; cioè, le lodi di Dio, il canto dei salmi, eccetera, si univano a tutti gli altri Ebrei, nel tempio; poi lo spezzamento del pane, cioè la celebrazione dell’Eucaristia, avveniva nelle case (perché non esistevano ancora le chiese…, avveniva nelle case private, magari di persone ricche, abbienti…), e vi si celebrava l’Eucaristia.

Han cominciato subito gli apostoli a mettere in pratica il comandamento del Signore che aveva detto: "Fate questo in memoria di me" (quando aveva istituito l’Eucaristia). E’ molto importante completare il nutrimento che può venire al nostro animo dalla lettura e dalla meditazione e dall’ascolto della parola di Dio, con l’Eucaristia; non c’è un vero cristiano se non partecipa all’Eucaristia festiva. Tutti i cristiani debbono trovarsi a celebrare l’Eucaristia, a celebrare il giorno del Signore, a celebrare la presenza di Gesù in mezzo a noi attraverso l’Eucaristia. Perché voi sapete che quando il sacerdote pronuncia le stesse parole di Gesù sul pane e sul vino ("Questo è il mio corpo… questo è il calice del mio sangue…") il pane e il vino diventano corpo e sangue del Signore, che si fa presente in mezzo a noi, che si fa presente, peraltro, come cibo nostro.

Vi faccio una domanda (la facciamo anche agli adulti questa volta, eh?): noi siamo capaci di trasformare il pane e il vino nel nostro corpo? … Noi siamo capaci di fare come ha fatto Cristo che ha cambiato il pane e il vino nel suo corpo? Noi possiamo cambiare il pane e il vino nel nostro corpo? … Mmm? … Beh, dato che non rispondete voi, rispondo io: Sì. Siamo capaci di cambiare il pane e il vino nel nostro corpo: quando noi mangiamo del pane, dopo alcune ore quel pane è diventato nostra carne e nostro sangue, no? Così come siamo capaci di guarire dei malati, attraverso l’amministrazione di elementi chimici… che aiutano il malato a guarire, oppure attraverso delle operazioni chirurgiche.

Cosa faceva Gesù di diverso? Gesù, con una parola, guariva! Un lebbroso gli chiede: "Se tu vuoi, mi puoi guarire…", "Lo voglio, sii guarito", e immediatamente si rifacevano i suoi tessuti, le sue cartilagini che erano andate perdute. "Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…", e immediatamente il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo; cioè egli riesce a fare questo con un atto di volontà, con la sua parola. Noi abbiamo bisogno di molto tempo e comunque dell’applicazione di forze e di meccanismi, di meccaniche, che sono a nostra disposizione, ecco la differenza. Però il Signore Gesù, con la parola che il sacerdote gli presta – perché in quel momento il sacerdote agisce "in persona Christi" – è presente in mezzo a noi dopo la consacrazione, e viene dentro di noi con la comunione.

Viene per fare di tutti noi la famiglia di Dio. E allora, ecco un altro elemento molto importante cui accenno appena perché mi sembra che il tempo corra via veloce. "Assidui nell’unione fraterna", e poco dopo dice: "Chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno". Ecco, a me sembra che ci sono certi aspetti della morale in cui i cristiani, i credenti, si differenziano da quelli che non sono credenti. Nel campo dell’economia mi sembra che questo risulti meno, anche se dobbiamo riconoscere che tanti missionari, missionarie, tanti istituti, tante associazioni di volontariato cristiano, fanno molto per i poveri; però mi sembra che la stragrande maggioranza di noi vive cercando di fare soldi, e di farne sempre di più, di guadagnare sempre di più.

Ora vorrei chiarire questo: la ricchezza non è un male, il male è la povertà, non la ricchezza; cos’è che è male? Arricchirsi sulle spalle degli altri, sfruttando gli altri; arricchirsi non permettendo ad altri di avere il sufficiente per vivere. Questo è il male; questo è il male del mondo, anche attuale; e noi, dopo duemila anni, non abbiamo ancora imparato a condividere quello che abbiamo. Diceva già San Basilio Magno nel quarto secolo: "Se ciascuno si accontentasse di quello di cui ha bisogno ce ne sarebbe per tutti; non ci sarebbero più né ricchi, né poveri". Ecco, questo è il regno di Dio. Non è il fatto di rendere tutti poveri, o di rendere alcuni poveri per fare altri ricchi, come dice San Paolo nella seconda ai Corinzi, no, si tratta di fare un po’ di eguaglianza, di essere solidali, di sentire come nostri i bisogni, come nostre le necessità di coloro che sono poveri, che hanno bisogno di tutto: di pane, di vestito, di alloggio, di lavoro, di salute… ecco, renderci conto che noi dobbiamo provvedere anche a loro.

E’ difficile oggi realizzare quella completa uguaglianza che si creava nella prima comunità cristiana di Gerusalemme, dove tutti vendevano quello che avevano, lo davano agli apostoli, gli apostoli lo distribuivano a ciascuno secondo il bisogno, perché ormai la chiesa cattolica è sparsa in tutto il mondo e sarebbe difficile potere fare una distribuzione del genere, se non quasi impossibile; però credo che in ogni comunità cristiana si può essere molto più attenti e capaci di solidarietà tra di noi. Che il Signore di aiuti in questo, perché noi, poi, abbiamo davanti a noi la figura di questo papa che è morto.

Io ho sempre pensato che, oltre che essere un uomo di grande fede, è stato un uomo anche di grandi doti umane: una grande intelligenza teorica e pratica; una volontà decisissima, non dico di ferro ma di acciaio. Avrebbe potuto, con queste doti, diventare un despota; avrebbe forse potuto diventare un essere molto chiuso in sé stesso e sprezzante degli altri. Perché ha dato tanto all’umanità? Perché aveva un cuore grande così; e un cuore grande così lo aveva perché aveva una grande fede che lo ha portato a questo. Ecco perché noi piangiamo la perdita di un papa così grande e così santo. Ha fatto tutto quello che ha voluto: l’operaio, il seminarista clandestino, è diventato prete, ha scritto delle poesie, ha scritto delle commedie, ha scritto dei libri, ha fatto l’attore, ha fatto lo sportivo, ha continuato a farlo finché ha potuto, ha girato il mondo intero (e credo sia difficile trovare una persona che abbia girato tanto come ha girato lui); ha fatto il prete, ha fatto il vescovo, ha fatto il papa, ha fatto tutto bene. Questo vuol dire che era un uomo molto dotato, ma che ha corrisposto molto alle doti naturali e soprannaturali che Dio gli aveva dato.

Se ciascuno di noi facesse così il mondo andrebbe molto meglio, e le comunità nostre, le nostre parrocchie, sarebbero delle vere comunità cristiane. Che il Signore ci aiuti in questo.

Sia lodato Gesù Cristo. »




Sono state espresse dai fedeli queste invocazioni
Caro Papa Giovanni Paolo II°,
tu non sei più fra noi.

Non sei più in questo mondo di viventi a condividere patimenti e gioie, tristezze e gaudi, e le meraviglie di un Dio che ogni giorno sorge nella luce del creato, che ogni attimo canta l’amore per le sue creature, che accompagna ogni figlio nel difficile cammino di vita, che ad ogni anima allunga la sua mano perché la possa stringere con fiducia.

Tu, nostro papa, padre di tutti, hai, naturalmente, interpretato il messaggio del Signore e, quasi Lui ti dettasse passo a passo le orme da seguire per mettere in pratica la sua legge d’amore, ti sei lasciato trasportare da questa immensa passione per Cristo e non hai sbagliato, mai, un passo per divenire il tramite tra Lui e noi.

Hai pestato tanti suoli stranieri, ne hai baciato le terre, per andare ad affratellare l’unico popolo di Dio diviso dalle scelleratezze religiose o di potere a causa di trascinatori o governanti che hanno creduto di sostituirsi a Dio, cambiando le leggi della solidarietà, della carità e del bene, in leggi ingannatrici ed effimere d’intolleranza e di odio.

Hai urlato, gridato, prima con voce tonante di uomo vigoroso, poi con voce malferma e rauca, ai potenti di non dare inizio al fragore mortale delle armi che intaccano l’umanità con il più terribile morbo del dolore e dell’ostilità senza ritorno, ma poco sei stato ascoltato.

Hai amato i giovani come un padre buono, ma severo, dirigendoli come guida sicura e intrepida, lungo una strada irta di ostacoli, ma verso un traguardo di certezze e di bontà.

Hai sopportato, trascinato un corpo stanco che non rispondeva più alla grande volontà e lucidità di voler dare ancora tanto e sempre più, ma non hai permesso che il tempio crollasse trascinandosi le fondamenta, e così l’hai tenuto in piedi fino alla fine con travaglio e sopportazione ed hai insegnato a tutti i sofferenti che la vita rimane tale anche nella decadenza e va amata comunque.
Tu hai amato la sofferenza e ci hai insegnato ad amarla e ad accettarla come veicolo certo verso colui che ci accoglierà nel suo grembo e guarirà il nostro corpo malato se la fede non si sarà ammalata.

Caro papa, quale fortuna ti è toccata, ora, di vedere, prima di noi, il nostro Signore; quale estasi di beatitudine starai vivendo in questa nuova vita di pace e di amore.

Ma non ci dimenticherai, perché troppo ci hai voluto bene, troppo ti sei profuso perché il germe del bene attecchisse nei nostri cuori. Quindi, ora, nell’aldilà, credo starai supplicando Dio di provarci Lui a continuare in quell’opera che, a te, non è riuscita appieno.

Tieni le tue grandi mani stese sul mondo, e noi lo avvertiremo sempre, perché non ti dimenticheremo.
Fabrizia

Il papa, qualche mese fa, ha detto: “la vita è unico dono di Dio e lo stato deve tutelarla”. Certamente […] oltre cinquanta o sessanta milioni di aborti e che si sta diffondendo sempre di più contraria alla vita nascente, forse anche a causa del silenzio dei cattolici.
Io vorrei pregare, quindi, perché tutti quanti, ma in particolare i cattolici italiani, raccolgano quindi l’invito dei nostri vescovi ad astenersi nel voto del referendum per la procreazione assistita della prossima estate, quale testimonianza del nostro amore alla vita, come ci ha fatto anche capire più volte il nostro papa.
Caterina


 

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